Un’altra lettera per San Giorgio
Lunedì, 24 Agosto 2009 | Categoria: (S)Punti di vista, MessinaAutore articolo: Antonio Accordino
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Il giorno dell’Assunta, sono andato a San Giorgio, a casa di mia madre, affetta da uno stato di salute precario, diabetica, 84 anni e cieca a causa di un glaucoma. La frazione di gioiosa Marea ha i vizi di una politica trasformata in impresa e raccoglie le male usanze dei turisti, invero in diminuzione, sia per il caro affitto, servizi precari e carenti, l’acqua salmastra vieta di fare una doccia, lascia sulla pelle, uno strano prurito, irritazione, una provocazione che solamente i pidocchi riescono a produrre.
L’antico acquedotto, aveva poca acqua ma era sorgiva e buona ed era distribuita nelle fontanelle che dallo slargo
di ” stradi Vinnani, ” scendeva alla ” Santa Cruci, ” sull’angolo della strada che conduce alla stazione ferroviaria, accosto il muro della casa dei La Rosa, sotto la nicchia con croce, che conservava la Madonna. Seguendo la strada, oltrepassato il ponte si diramava lungo la strada principale, davanti alla filiera delle case che s’affacciano a mare, dallla ” punta du ciumi” del ” ponte di ferro ” al Torrente di ” Majaru ” che divideva il borgo dal resto dell’arenile fino alla ” petra longa. “ I SAgnuggioti, ” non avevano l’acqua in casa ed andavano a raccoglierla alle fontane. La fontana del centro, situata nel corridoio che a destra mantiene il prolungamento con tavoli e sedie della Tavola Calda NUMBER ONE, il Parco giuochi, a sinistra il Bar gelateria con giardino, era la più frequentata, dunque la più movimentata. Ogni mattina in particolare d’estate, sotto il sole che picchiava forte, era un palcoscenico di baruffe e sceneggiate fra donne, uno spettacolo per i ragazzi. Il pino di Anaggio, situato nell’angolo di piazza Ravel, ricovero di ragazzi ed adulti, raccoglieva le gesta di disperazione delle donne : “ tiratini i capinni, vistini strazzati e frasi irriferibili “ L’Insostenibile Monumento ai caduti , con il palcoscenico per le rappresentazioni teatrali e canore, la pista per il ballo nata con barca e vasca con i pesci, è l’esempio di una classe politica demenziale, un’offesa al lavoro ed alla passione profusa dal Cavaliere Stefano La Rosa, mitico Capitano della squadra di calcio ed attore insostituibile della compagnia Teatrale ed a Pippo Armenio detto Molena. Il progresso esige procedure e progetti che esulano dall’interesse del bene generale, anche se si pone sotto il profilo comune, in sostanza è la porta che avvia alla speculazione, dunque alla disattenzione più totale ai principi fondamentali della salute della gente ed alla cura del territorio e dell’ambiente. Gli Amministratori intesero costruire un nuovo acquedotto a ridosso del ponte ferroviario, nel torrente che scende alle spalle delle abitazioni ove avevano i pozzi neri, gli abitanti “ di stradi Vinnani, ” a qualche centinaia di metri dalla chiesa, a due passi dal mare. Lo scavo, si fermò a due o tre metri di profondità, infatti fu trovata l’acqua che fu immessa nelle condotte del vecchio acquedotto. La rabbia di quel Comunista di Carmelo Mobilia, maestro di muratura ed amante della libertà, convinto che l’acqua era di mare, anche inquinata dai pozzi neri, volle cercare la verità. Una sera, seguito per curiosità da un folto gruppo di ragazzi, di diversa appartenenza, andò a fare un blitz nel nuovo acquedotto, a prelevare alcune bottiglia d’acqua. La luce della lampadina della piazza Ravel, sotto la quale ci fermammo a guardare le bottiglie, ci indusse a credere che in esse ci fosse poltiglia e dunque contenessero merda. L’indomani, Mastro Carmelo Mobilia, andò a Messina e fece effettuare al contenuto delle bottiglie, le analisi di laboratorio che gli rilevarono, le tracce che temevamo. L’Amministrazione in vigore, lo chiamò provocatore, comunista sobillatore. La parte vicina al Sindaco, il borgo era mantenuto diviso, proclamava d’averla bevuta e che era acqua salutare, curativa, addirittura miracolosa. La costruzione dell’autostrada, ME/PA, sulle colline di San Giorgio, scavando scoprì una sorgiva d’acqua, una vena eccezionalmente copiosa e pensò d’offrirla al comune. Gli fu opposto un rifiuto stizzito, quasi minaccioso e la società, fu costretta a risotterrarla. Il bene comune ha delle linee guida attraverso le quali drena i vantaggi, l’utilizzo di quest’acqua, probabilmente alterava degli equilibri coi quali conviveva, dunque il diniego, sosteneva un interesse che alla gente non è dato conoscere. I Sagnuggioti salgono in collina a prendere l’acqua per bere, muniti di bidoni di plastica, vanno ” a buffa - margherita - ove trovano una gebbia che raccoglie il prezioso elemento.” Il borgo di San Giorgio, con l’estate è quintuplicato, colonizzato e reso estraneo ai locali, è scoppiato e l’acqua manca, è irreperibile nelle docce, nei rubinetti di casa e sa di sale.
Ho fatto una passeggiata a pietra lunga, non per fare un bagno in mare, sono anni che rifiuto di bagnarmi per la sporcizia dentro e fuori, invero molti anni fa, mi veniva la voglia di berla per la sua limpidezza. Ho superato il luogo in cui insisteva il Brigantino con le casette di legno e mi sono inoltrato nel territorio, regno delle galline di Nino Currò. La speculazione se n’era impadronito e l’aveva occupato con una miriade di villette con muri di canne ed alberi esotici, invero ne ho ritrovata qualcuna disabitata e qualche altra, pericolante e fatiscente, un sito devastato, abbandonato. Ho proseguito e nell’accingermi a posare il piede sulla spiaggia, nell’angolo di destra, una discarica a cielo aperto mi ha fatto distogliere lo sguardo, a spingerlo verso pietra lunga con l’intento di preservarlo da quello schifo. Sono rimasto interdetto, non volevo crederlo, una colata di cemento aveva sotterrato, il simbolo della località. La piccola baia aveva perduto la sua identità. La pietra che dalla spiaggia, sciolta dalla gamba di roccia che sosteneva la galleria ferroviaria, scendeva per alcuni metri in acqua, non esisteva più. Sulla sua groppa, accovacciato con le gambe penzoloni, pescavo con la lenza nelle conche bianche, libere dalle alghe. Il paesaggio, la natura era stata stravolta, nell’inammissibile complicità dell’Amministrazione Comunale, degli organi di controllo per la salvaguardia del Territorio. La nausea aumentò nel ritorno. La linea ferroviaria mi era sparita dietro un lungo agglomerato abitativo, colorato, bene attrezzato. Mi girai a cercare un punto conosciuto per orientarmi, la spiaggia alta, la linea di costa sinuosa, leggiadra, era stata annullata dall’erosione. La spogliata, con sarcasmo mi rideva in faccia, mi solleticava la memoria riportandomi la striscia di terra di proprietà dei Costa di Mayaru, che s’allungava a coda di rondine, parallela alla ferrovia, fino al torrente, che il Professore Ennio Salvo D’Andria disegnò, per metà a strada per dare uno sbocco alla zona, a ridosso dell’alto muro eretto dal Maestro Angelo Accordino per proteggersi dal vento di ponente che i pini non lo confortavano. La strada asfaltata, aggirato il ponte, sale accanto alla villa del Marchese Forzano, sulla statale 114. L’altra metà è gonfia, affetta da una gravidanza isterica e non ha la capacità di fare scorrere neanche un rivolo di pioggia. Mi venne in mente, ricordai le proteste, denunce: Il ricovero barche, la mortificazione per l’intelligenza della gente, un raggiro perpetrato dall’Amministrazione della cosa pubblica. Il giro di boa, che ogni cittadino spera, nell’elezione del Sindaco, della nuova Amministrazione, invero è vanificato e chiamati a rendere conto dell’operato, colpito dall’impotenza, dalla consapevolezza del fallimento, inveisce, minaccia le male lingue, per nascondere la faccia.
L’estate porta i figli ed i nuclei familiari alla famiglia d’origine. Venuto a mancare mio padre, le condizioni di salute di mia madre, con l’età, sono andate indebolendosi, la condizione invero non colpisce i figli ed i nipoti, nello stesso modo, la risposta è inadeguata, il rispetto verso il genitore rimasto, è considerato secondario.
San Giorgio, la frazione di Gioiosa Marea nella provincia di Messina, il mio borgo, è l’unico legame indissolubile, non esiste compromesso che possa minare la mia appartenenza. I SAGNUGGIOTI non residenti, costretti ad migrare altrove per lavoro - comunque sono sempre presenti, dunque ogni volta che ritorno, entro, vedo il suo aspetto stravolto e ne soffro in modo indicibile. La speculazione edilizia presenta un’arroganza mafiosa che m’annebbia la vista. L’impresa della politica ha occupato senza rispetto, il territorio, perpetrando un saccheggio umiliante, hanno costruito in ogni orto. I cittadini residenti, non hanno memoria. Le Amministrazioni hanno una concezione della gestione della cosa pubblica, privatistica, oserei dire personale. Siamo indotti a pensare che non ci siano mani affidabili, pare che siano colpiti da un cancro non debellabile. Le autorità preposte al controllo, operano con una leggerezza inaudita, consentono privilegi ad alcuni e li negano ad altri, manipolando leggi e regolamenti in materia. La miopia, naturalmente è indotta, dunque non può rifiutarsi di accettare vasi di terracotta, ceramiche di pregio. Il rischio è calcolato ed è diventato un titolo di merito, l’indagato, quello in attesa di giudizio o condannato in via definitiva, restano cittadini alla stregua degli altri, occupano perfino lo scanno parlamentare, è chiamato Onorevole ed ha una fedina penale più nera della pece. La legge ha l’olfatto atrofizzato, gli sfugge l’odore e quando qualche Magistrato arriva, è molto tardi e non è raro che il legislatore, abbia provveduto a svuotarla della pena ed è apostrofato, un velleitario. La guarigione, insomma è un affare in mano allo stato. Il popolo sovrano, è la somma dei cittadini, ha il potere di togliere il mandato ai suoi Rappresentanti che vanno all’incontrario, invero ha imparato a dire che l’uno vale l’altro e si tengono, in segreto il petulante in casa.
Il pranzo di ferragosto, dunque ha riunito figli, nuore e nipoti, con la genitrice, una famiglia numerosa, nella terrazza della casa di Concettina, la prima figlia femmina dopo cinque maschi, l’altra sorella più piccola, mancava, assente per motivi che mi oscurano la pazienza della ragione. I problemi motori del figlio causati dal parto, non curati e non cautelati adeguatamente, l’hanno trattenuta in casa, con la famiglia del marito. Il nucleo originario della famiglia, allargandosi è costretta a subire attacchi, a volte gli innesti non attecchiscono, restano esterni, e nascono nella corteccia, le anomalie, protuberanze che premono sulle vie di trasmissione del pensiero creando alterazioni, turbe psicologiche di difficile recupero.
La buona tavola induce a fare qualche trasgressione ed io ne approfittai andando in culo al diabete. Ogni giorno, cerco di tenerlo buono, mi sacrifico per non trasformarlo in un orso isterico, più che altro la paura che si arrabbi mi fa tremare le mani e le gambe, a volte mi capita, in occasione del genere, tento di prenderlo in giro e me lo trascino sulle spalle.
Il borgo di San Giorgio, ha allevato uomini e donne con capacità diverse, raggruppati gli uni alle altre, secondo un ruolo riservato, hanno disegnato strade e traverse, piazze e case, torrenti e spiaggia, raggiungendo un equilibrio che sfugge alla ragione. Il contatto, non li estrae dalla sonnolenza, l’indole è una leggera, perversa attrazione e si scatena con l’intento di sopravvivere al presente. Il luogo di pesca, li avvia ad un accordo comune, invero gli abitanti, hanno un atteggiamento debole, secondo la dignità, s’acquattano a margine della strada maestra. Ognuno, comunque tende ad elevarsi, la condizione è un compromesso, non è una scelta libera.
Il villaggio di San Giorgio, dal ponte di Saliceto alla galleria di pietra lunga, è diviso a mezzo dalla strada ferrata, sopra corre la strada statale. Il muro della ferrovia, mantiene, al mare i pescatori, sotto ed a monte, i padroni con Casato e terre. I contadini coltivano la terra, badano alle bestie, sono chiamati Vinnani, dunque gli è interdetta la discesa a mare. Il principio di dividere che ha distinto nei secoli, il potere, ha reso la gente del borgo di San Giorgio, deboli, figuranti della propria esistenza, preda di una corporazione ignorante, arrogante, un sacco elettorale.
Lo scrittore, pittore e politico, ENNIO SALVO D’ANDRIA, nel Novembre del 1972, ebbe a ricordare ai SAGNUGGIOTI.
Ho cessato d’interessarmi di voi nel 1948 , ed avevo già ottenuto la Delegazione Comunale ed il Cimitero; e prima ancora gli Assegni Familiari per tutti i pescatori iscritti alla cooperativa. Quella di S.Giorgio è stata la prima in provincia ad aver gli assegni. C’era in previsione l’acquisto di pescherecci per assicurarvi il lavoro per tutto l’anno. Ci sarei certamente riuscito a farveli avere, ma Voi, intimiditi dai padroni e incapaci di giudicare con la vostra testa, avete preferito distruggere tutto. Ecco, ve lo ricordo perchè possiate comprendere il motivo per cui preferii dedicare la mia attività politica ad un paese che non era il mio e nel quale non ho mai abitato. Era squallido come S.Giorgio allora Oliveri, e non aveva strade e fognature, né farmacia, né acqua…E io sono lieto di avergli dedicato 7 anni di intensa attività perché quel popolo eccezionale ha meritato in pieno ogni mia premura. Ho fatto quel che dovevo e ho mantenute le mie promesse, anche se una sottospecie di Geometra imbecille di S.Giorgio lo contesta. Voi però sapete che il mio paese è questo e che avrei preferito dedicare qui tutte le mie attività. Ma Voi, perdio! Me l’avete impedito!, E poi, invasati da una crisi di autolesionismo, avete distrutto ciò che avevo fatto per sollevarvi dalla miseria e dalla schiavitù. Non tutti, certamente. Solo la maggioranza. E io ricordo ancora quelli che rimasero accanto a me recriminando quant’era accaduto.
Ora stringo la mano a tutti, anche a quelli con la corda.
Il prato a tre, quattro metri dalla strada, fra l’odierno Capriccio, la Cartolibreria Senso-unico e la rivendita di Tabacchi, ospitava “ La pista. “ Il quadrato in cemento con infissi due pali ai lati, è stata per anni, la testimonianza della cooperativa di pescatori Giuseppe Accordino. I pescatori, tirata la barca in secca, sbarcavano il pesce pescato e con le cassette in spalla, raggiungevano la pista. Il pesce era messo all’asta, “Le Mani di squame, “ dettavano il prezzo. Il sabotaggio era un mezzo, l’asta andava deserta. La minaccia colpiva e la paura, mandò i pescatori, a tradire i propri figli, la famiglia. Il Professore Ennio Salvo D’Andria, intendeva sollevarli dalla miseria e nella sua attività a favore dei pescatori di san Giorgio, intese onorare la memoria del marò disperso in guerra, figlio di Santa Canfora e Francesco Accordino. Peppino era il secondo dei fratelli, Carmelo, mio padre era il primogenito. La nonna Santa, nella sua casacca nera, aspettò che il figlio, tornasse a casa, fino alla morte. La speranza che il secondogenito fosse vivo era supportata dalle zingare, mia madre, Francesca Ottoveggio detta Gina, cercò di contrastarle. La battaglia sembrava allontanarle, invero non sortiva alcun effetto, la petulanza delle donne e la debolezza della nonna, le riportava sulla soglia. Una madre non si rassegna alla perdita del figlio e raccoglie ogni notizia e si culla in essa per non morire. I pescatori di San Giorgio, erano divisi, i mestieri, dal cianciolo alla sciabica, erano gestiti dal capo barca. “ Calogero ‘u Bancheri, “ era a capo di molti mestieri, la marineria locale, una numerosa ciurma e pescava per conto dei padroni. La corporazione, con svariati collegamenti, teneva in mano i pescatori, rappresentava il “ Rasi Mau,” il fratello sottorais, i pescivendoli che mantenevano rapporti stretti con la baronia. Il padrone di barca, Francesco Accordino, calava conzi e nasse. Mio nonno, pescava per conto proprio e mal sopportava l’arroganza dei compratori, arrivando addirittura a ritirare il pesce pescato, dalla pista. L’operazione di libertà, di dignità, era stata spezzata, la cooperativa si era esaurita, rimasta incompleta, incompiuta, era stata ammazzata dai Sagnuggioti, da quelli con la corda come li chiama il Professore Ennio Salvo D’Andria. I pescatori, senza alcuna protezione erano alla mercè dei pescivendoli, depositavano il pescato sull’incementato ed aspettavano che “ I riatteri “ facessero il prezzo. La gara non aveva storia e con l’arroganza della corporazione, escludevano malamente, ridicolizzandoli, prendendosi giuoco, di Salvatore Pittari detto Balici e Nino La Rosa. La loro carretta andava a forza di braccia, sotto l’acqua ed il vento, il clima non era mai clemente, Salvatore Balici con sul portabagagli della bicicletta alcune cassette di pesce azzurro, qualche polipo, seppie pescate con la sua barcuzza, quel che riusciva a racimolare, una mano dietro e l’altra al manubrio, scalzo, la camicia legata con un fiocco sulla pancia, i pantaloni a mezza gamba, saliva arrancando “ ntacchianata “ di Patti, a squarciagola offriva agli abitanti la sua merce, l’altro si recava nei pressi di Librizzi. Le peripezie che la quotidianità offriva loro, accomunati nella malasorte, mi ha fatto pensare che a dichiararli fratelli gemelli, l’uno pieno, l’altro magro, d’uguale e bassa statura, non era un’avventura. Salvatore Pittari, era più grintoso, la responsabilità della famiglia lo spingeva a cercare un modo a non soccombere a quei “ canazzi. “ La bicicletta a fianco, i pantaloni con il cavallo sulle ginocchia, le gambale arrotolate, al suono degli spiccioli in tasca, osservava il mare dalla statale per Calavà. La bicicletta posteggiata dietro il deposito attrezzi della casa cantoniera, che non fosse ben visibile, scendeva il viottolo fin sulla spiaggia, s’avvicinava alla battigia, lanciava qualche pietra in acqua, guardava l’effetto e s’arrampicava ritornando in strada. Il fiato corto, inforcava il veicolo e partiva, il nascondiglio non era distante e dopo non molto ritornava, appesantito, con fare circospetto, con cautela, scendeva in spiaggia e camminava, si fermava e si eclissava. Le scarpe non erano un abbigliamento che amava, dunque non vederlo con i piedi scalzi, era un avvenimento straordinario. Quando credeva che il momento era quello buono, innescava e correva, andava a velocità sostenuta, quasi volava, insomma era lontano quando lo scoppio della bomba sconvolgeva le acque del mare. Le braccia e le gambe, con sincronismo perfetto, spingevano i remi nell’acqua e la barcuzza appariva nello specchio di mare con i pesci a galleggiare. La raccolta era veloce, l’impegno meticoloso, i pesci andavano a fondo.
Una mattina, inforcata la bicicletta si era allontanato da casa. La voce di Salvatore Balici “ ‘ntacchianata “ i Patti quella volta, le donne di casa, non riuscirono a sentirla, ascoltarono, guardarono in strada e si chiesero dove fosse andato. Nino La Rosa ritornando dal suo giro, il pesce era poco ed aveva fatto presto, si meravigliò di non averlo incontrato. La famiglia non vedendolo rincasare mancando il pranzo, si era preoccupata ed aveva chiesto in giro, a parenti e conoscenti, nessuno l’aveva visto, a Nino la Rosa, con lo stesso risultato. La signora “ Pitruzza,” la moglie non si dava pace e continuava incessantemente a chiedere, sguinzagliando i figli in ogni dove, Santinu, Ciccinu, Giuvanninu e Pina, la figlia minore che stava irrequieta, un carattere al peperoncino, il coraggio di un maschio, all’incontrario dell’altra ch’era più tranquilla, affidabile. La barcuzza era nello scarro, ogni cosa, sembrava in ordine, dunque si fece sera, sul tardi, la ricerca ebbe inizio, le lampare scesero in mare, biciclette, lambrette e qualche auto, percossero la statale, fin sotto l’alba. Salvatore Balici, a causa dei richiami, delle luci, riuscì ad emergere dagli scogli ove si trovava. Gli ematomi e le ferite, non gli permettevano di camminare, fu trascinato di peso in barca e riportato a casa che la luce del giorno, spazientita, corrucciata, voltava le spalle, si girava da un’altra parte, per non guardare, quell’uomo mortificato. Le supposizioni si susseguirono smentendosi a vicenda, avanti di qualche secondo. Un rapimento, un avvertimento, una rapina, una caduta accidentale, più verosimile che si fosse abbattuto con le proprie mani, comunque la causa, rimase ignota ed i Sagnuggioti ripresero il loro quotidiano travaglio, lungo il sentiero designato. Una diversa decisione rompe l’equilibrio instaurato e non conduce che verso la sofferenza.
I pescatori, insomma il collo nel cappio, erano ostaggio dei “ Riatteri. “ I Puglia, Garito, Cicirello, Barbera,” si direbbe che avessero un accordo di cartello, avevano punti di vendita, depositi, dunque conducevano a piacimento, l’acquisto. I pescatori, gli erano debitori del prezzo dell’esca, dei Mestieri non erano padroni, non avevano capacità di contrattazione. La cooperativa Giuseppe Accordino, costituita era rimasta sulla carta, le grandi speranze, l’istituto appena nato, vanificato, estinto. La divisione, aveva schiacciato i pescatori nella sabbia, nelle murate delle barche, sotto il sole, la salsedine e quando le burrasche li sorprendeva sul mare, San Giorgio non intentava neanche un abbozzo di soccorso, la spada lanciata sulla testa del dragone, con il cavallo che recalcitrava sui ginocchi, vacillava, aveva perso l’attrezzo ed il potere conferitogli, dunque non aveva la capacità di salvare i pescatori. ( continua )
Accordino Antonio
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